Nati pensanti e per essere liberi di farlo

Nati pensanti e per essere liberi di farlo
Nati pensanti e per essere liberi di pensare

mercoledì 23 novembre 2011

Scuola in cronaca diretta - i casi irrisolti di Mariaserena

La nota sul registro
"Io so' uno tosto," mi dice, "io ho provato tutto" aggiunge. 
Poi si infervora. 
"Mio padre si sbraca sul divano, tira fuori le canne e dice, vuoi provare? Facciamoci una canna insieme. Mia madre non vuole che lo frequenti; vive con il suo compagno, ha una figlia con lui; la mia sorellina."
Gli chiedo "E com'è tua sorella?"
Qui si intenerisce.
"E' uguale a me da piccolo."
"E ci vai d'accordo con il compagno di tua madre?"
"E che ne so? Lui non mi può dire niente; va bene a lei. Lei e mio padre si odiano e lei non poteva restare sempre sola, ha 37 anni."
So che lui ne ha diciotto, e la sorellina ne compirà due. 
"Mio padre è un fallito, fa il simpatico, ma è un deficiente, lavora quando ne trova; così mia madre dice che la devo aiutare."
"Economicamente?" chiedo.
"E certo, io a quindici anni scaricavo le cassette e facevo il fruttarolo due giorni a settimana, per questo facevo assenze a scuola. So fare tutto: scarico, pulisco la verdura, faccio il banco, so' i prezzi, faccio le buste."
"E adesso?"
"Adesso no. Da quest'estate faccio i turni allo Sheraton; mi sono imparato a fare i cocktail, a servire ai tavoli, ad apparecchiare: mica è facile. E poi c'è il servizio in camera, però lì..."
"Lì?"
"Capitano certe vecchiacce tutte truccate, coi labbroni rifatti, e ce provano. Che schifo..."
"Ma dici davvero?"
“Posso fumare?”
“Lo sai che qui non si può...”
“Ci ho provato… insomma dicevo, quelle appena vedono un ragazzo giovane ci provano e ti infilano i biglietti da venti, anche cinquanta euro nei jeans. Fanno schifo.”
“E tu che rispondi?”
“Io dico che mi aspettano ai servizi e scappo. Io so uno tosto, le droghe le ho provate tutte; quando dico tutte, vuol dire proprio tutte; e tante volte dai rave  non lo so manco io come sono tornato a casa.
Ma certe cose non le ho volute fare; c'erano ragazzine che si strusciavano, avranno avuto dodici tredici anni; m’hanno dato pure del frocio; ma io certe cose no.”
“Capisco”
“No non puoi capire; però grazie che me stai a sentì”.
"Ma....no. Grazie a te. "

giovedì 17 novembre 2011

SI PUO' FARE

Le mamme si dispongono in circolo. Ci sono proprio tutte. C’è anche qualche papà. È strano, proprio i papà sono quelli più timidi, riservati. Si sa, la scuola è affare delle mogli, i compiti sono quasi sempre affare delle mamme. Al sesso forte l’ingrato compito di dispensare le eventuali punizioni, al sesso debole il delicato compito di sorvegliare. Così i padri e le madri si dividono compiti e ruoli. Alle madri tocca salvaguardare gli equilibri, ai padri romperli, proprio come fa un elefante in un negozio di porcellane. Ma in aula magna non ci sono elefanti maldestri e agenzie di assicurazione. Nessun equilibrio verrà rotto a patto che si crei una rete su cui planare senza farsi troppo male. Parlo di genitori e parlo di insegnanti.

Certo, un incontro informale tra genitori e insegnanti è un incontro al buio. Di carne da mettere sul fuoco ce n’è davvero tanta e il grosso rischio è rappresentato dalle eventuali polemiche e rivendicazioni su questo e su quello, sul perché alcuni docenti viaggiano a bordo di una fuoriserie e altri sgambettano ancora sul triciclo. Ma per parlare di scuola si deve uscire dalla scuola e per farlo bisogna confrontarsi con chi quella scuola la riceve o la subisce a casa sua. Sì, perché a pensarci bene è la scuola che entra come un elefante in un negozio di porcellane, invadendo tempi e vicende umane che non le appartengono. E viceversa, purtroppo, inutile negarlo. E allora certe cose bisogna pur dirsele una volta per tutte, senza ipocrisie e senza forzature. Perché è bene che chi raccoglie i cocci a casa o a scuola sappia perché lo sta facendo e come lo deve fare.

E questa è l’occasione giusta per farlo. Niente file per parlare con i docenti, nessuna amarezza da portare a casa, nessuna sentenza a emettere. Solo un gruppo di persone che hanno deciso di condividere un po’ del proprio tempo a favore di una causa comune.
È nato un nuovo gruppo di pari ma questa volta non si tratta di una classe. A guardarsi negli occhi sono degli adulti che condividono un bene prezioso: i ragazzi.

E scopri che non puoi dare nulla per scontato, che si procede per luoghi comuni, che l’apprendimento è visto come un processo lineare e costante che non può che raggiungere massimi livelli. E scopri anche che questo processo lineare è paragonato un po’ al progresso che procede dal basso verso l’alto e che la scuola appare come un distributore automatico di caffè e di bibite. Tu ci metti una monetina e il gioco è fatto, semplice come bere un bicchiere d’acqua. E se il tuo caffè non ti arriva caldo come lo vorresti, non è colpa tua, perché se ci metti la monetina, hai il diritto di pretendere il servizio che ti sei pagato. Giusto, giustissimo. Ma in questa maniera non si va da nessuna parte…
E scopri anche che gli adulti che sono a casa ignorano completamente alcune espressioni come adattamento scolastico, emotività, identità corporea, identità di genere, adattamento sociale e qualità delle relazioni familiari. Espressioni tecniche? Forse, probabile. Troppo facile vincere su questo terreno.
E allora vai da un’altra parte e provi a quantificare il tempo dedicato al dialogo, e non solo a quello scolastico. E scopri che dialogo è solo una parola che riguarda i bisogni primari, che il tempo libero, anche quello che tu ti illudi di far guadagnare ai tuoi ragazzi assegnandogli pochi compiti, è gestito da altri adulti che tengono i corsi di nuoto, i corsi di danza, i corsi di karate e via dicendo… Insomma, scuola e ancora scuola…E scopri ancora che i ragazzi non sono liberi di giocare e di incontrarsi perché fuori ci sono mille pericoli ed è meglio non rischiare… E scopri che i compiti di casa non sono un affare che riguarda solo gli insegnanti e gli alunni… perché se da un compito fatto bene a casa dipende il voto sulla pagella, allora questo è affare anche dei genitori… E da questo ginepraio non se ne esce più… Così il voto si finisce per metterlo ai genitori che poi non si spiegano il perché di un tre al compito in classe… La scuola è un distributore automatico di caffè e bibite… E così siamo ritornati al punto di partenza…
E alla fine scopri pure che i tuoi ragazzi, li conosci meglio tu…
Sarà bene continuare ad incontrarsi. La strada è lunga davvero, ma si può percorrere in buona compagnia.

mercoledì 16 novembre 2011

A PIANTAR CICORIE NON SARESTI CAPACE

Si tolse il cappello e lo tenne umilmente tra le mani per tutta la durata del colloquio. E con le dita nodose mi mostrò come avrei potuto picchiare suo figlio. Era un vecchio contadino e suo figlio gli apparteneva, era suo e della terra che lo attendeva. Perché il contadino è il padre e la terra è la madre, e se nasci contadino alla terra devi tornare. Ma fino a quando sei nella scuola, appartieni alla scuola, perché la scuola è come il parroco, il sindaco, la levatrice e il maresciallo dei carabinieri.
Così disse il padre dalle dita nodose. Mi strinse la mano e sparì per sempre. Da quel momento il figlio non era più affar suo. E non tornò mai a reclamare per un brutto voto o per qualche vera o presunta ingiustizia patita dal sangue del suo sangue. Perché fino a quando sei nella scuola, appartieni alla scuola, e la scuola è importante come il parroco, il sindaco, la levatrice e il maresciallo dei carabinieri. E non tornò mai a reclamare nemmeno per una bocciatura, perché una malannata può capitare, perché bisogna avere pazienza con i terreni sterili, perché il buon contadino sa attendere, perché il buon contadino conosce gli imprevisti del mestiere.
Era un contadino e suo figlio gli apparteneva, era suo e della terra che lo attendeva. E solo quando fu il momento, il buon contadino venne a reclamare ciò che era suo e della sua terra. E il figlio sparì per sempre tra le zolle.
È giusto così. Questo disse il patriarca mentre si toglieva il cappello.
A chi appartenevano i ragazzi quando erano nella scuola? Ai genitori? Agli insegnanti? Alla scuola stessa? Il vecchio patriarca “sapeva le cose della terra” e non “le cose alte” e solo le cose della terra poteva e voleva insegnare a suo figlio. Alla scuola toccava prendersi cura delle cose alte, di quelle che ti consentono di mettere una firma, di leggere un contratto, di fare una dichiarazione, di capire un imbroglio, le cose alte su cui non puoi lavorare con la zappa.
Era così che la vedeva il patriarca che conosceva meglio di me, insegnante di ventiquattro anni, il mondo. Ed era uno che aveva rispetto per i maestri e per la scuola, per i contadini e per i campi. A ciascuno il suo, mi disse, chè a piantar cicorie tu non saresti capace, né a dire quando si raccolgono i finocchi.
Queste le parole del patriarca contadino che, guardando i libri, mi raccontava che a casa sua di tempo per leggere non ce n’era.

giovedì 10 novembre 2011

AIUTATEMI A CRESCERE




Le cose che non ho il coraggio di dire ai miei genitori

- Io non direi mai quando ho una nota o vado male a un compito.
- La cosa che temo di più di dire a casa per non deludere i miei genitori è quella che ho preso un brutto voto.
- A volte prendo un brutto voto perché magari in una certa materia non sono capace di dare il massimo. Se vado male non ho il coraggio di esprimermi con i miei genitori.
- Quando accade una cosa spiacevole, io la dico sempre ai miei genitori, ma mi arrabbio e mi innervosisco quando loro vogliono conoscere il fatto nei minimi dettagli.
- Un’ora di scuola alla settimana va più che bene.
- A volte mi innervosisco perché i miei genitori si aspettano troppo da me.
- Sto diventando adolescente e ho bisogno di più controllo. Aiutatemi non solo nello studio ma anche nella vita, altrimenti odio tutto e non mi piace più niente. Non voglio che leggete e correggete i miei compiti, voglio che mi aiutate nelle decisioni.

martedì 8 novembre 2011

Insegnare per rasserenare - di Mariaseren

dopo una visita ad una mostra
Penso al lunedì: un giorno per ricominciare. A scuola giorno della ripartenza: non meno faticoso che altrove. Però qualcosa scattava quando sul marciapiede dell'Arangio R. avvistavo gli indecisi no, oggi non entriamo o sentivo le risse verbali sulle sorti della Roma o della Juve. Qualcosa iniziava a farsi strada, nei miei pensieri, se vedevo stracchi colleghi senza un perchè caracollare verso gli scalini o le colleghe, beate loro, pimpanti in tailleur e messimpiega fresca ticche-tacche sgonnellare nei corridoi.
Era allora che sorridevo e spolveravo il cuore e la gola per trovare qualche nota ben accordata ed entrare in classe.
Una volta chiusa la porta dell'aula tutto cambiava. Il senso del viaggio e dell'esperienza di vita mi invadevano; mi sembrava di ricominciare un cammino che nessuno aveva diritto di interrompere. Mi sembrava che tutto potesse essere superato e che la nuova tessitura ben ordinata stesse per iniziare. A volte le interruzioni arrivavano con i ragazzi ritardatari o le circolari incomprensibili. Piccole noie trascurabili, come quelle che infastidiscono qualunque lavoro. 
In quell'alchimia io credevo; in quella euforia di rimbalzi e rimpalli di pensieri che si genera quando le menti si incontrano e i sentimenti si accostano senza lasciarsi palesare.


Credevo anche in una mia pragmatica utopia: avrebbero comunque appreso qualcosa da me, non li avrei lasciati esenti e indifferenti, e anche se non coinvolti, non li avrei tuttavia lasciati immodificati. 
Almeno un pensiero, un dubbio, una reazione la avrei suscitata. 
Altrimenti perchè sarei rimasta là, in aule appannate dalla polvere e dal sudore, a spiegare per lunghe ore mentre la voce si incrinava e le speranze si impennavano in una ansia crescente? 
Perchè coltivare l'illusione che far scoprire in sè strumenti e talenti possa rasserenare e rendere più forti, e non far pensare solo alla scadenza del pagellino?
La scuola può essere anche poesia. Armonia. E confermo.

giovedì 3 novembre 2011

CONTINUARE A CREARE CULTURE

Il bidello mi corre incontro. Ha il baffo trafelato e l’occhio compassionevole di chi annuncia l’ ennesimo cahier se doléance. –Prof, c’è la mamma di F.T. che vuole parlare urgentemente con lei- Con fare protettivo mi propone un eventuale depistamento – Le dico che non può riceverla?- Sarei tentata di soddisfare il suo istinto paterno ma la mamma di F.T. non può attendere.
-Arrivo subito- gli rispondo. E così il baffo trafelato perde improvvisamente di tono e il sopracciglio lo segue a ruota inabissandosi sulla palpebra.

Si allontana un po’più curvo del solito, ormai rassegnato ad assistere ad un’altra storia da tribunale in cui l’accusatore è anche giudice. E il giudizio spesso si tiene in pubblica piazza, davanti agli occhi di tutti, perché in televisione si fa così. Un processo che diventa spettacolo.
Ma io so che non farò processi e non ne riceverò. E mentre saluto la mamma da lontano, penso che la scuola è fatta di alunni, di docenti e di genitori trasparenti gli uni agli altri. Ci sono tutti gli ingredienti per confezionare una buona torta ma ciò che si tira dal forno è spesso e volentieri solo una grossa bolla d’aria, un sufflè destinato a perdere di tono come il baffetto del paterno bidello.
Stringersi la mano è stringere un patto, un patto di alleanza. Io e la mamma di F.T. organizziamo un incontro rivolto a tutti i genitori della seconda. Un incontro informale, di quelli che non prevedono il finanziamento pon o pof, un incontro libero per decidere insieme il curricolo formativo e le modalità di partecipazione di ciascun genitore alle attività di classe. Un percorso comune e condiviso davvero.
Un incontro libero dettato non dalle logiche del pon e del pof ma dal bisogno di conservare la cultura continuando a creare culture. E i genitori sono culture. E le culture hanno difficoltà a trovare spazi che permettano una partecipazione attiva. È per questo che le culture vanno ospitate ed aiutate a costituire una rete che possa dare un grande contributo al cambiamento.
Questo la scuola lo può ancora fare. E nessun dirigente scolastico si opporrà all’idea di conservare la cultura creando le culture, soprattutto se la cosa si fa gratuitamente. E non la si fa gratuitamente perché si è fessi. La gratuità è il “prezzo” che si paga volentieri per poter essere liberi.
E’necessario ricominciare a parlare, coinvolgere, includere se si vuole contribuire al cambiamento. E tale cambiamento inizia proprio lì dove operiamo. Nel concreto.

mercoledì 2 novembre 2011

Andrea, da dietro lo zaino. Irrimediabilmente impertinente - di Mariaserena

scattata in classe, a mia insaputa

Andrea, da dietro lo zaino, seduto al suo banco, l'ultimo della fila centrale, faceva solo intravedere un paio di occhi quasi azzurri che ti scrutavano, stretti a fessura, come se fossi un nemico da colpire. Una frangia disordinata spioveva su quegli occhi impertinenti.
Non un cecchino, ma certamente un tiratore scelto; attento a cogliere non solo il momento opportuno per farsi i fatti suoi, ma anche il momento di stanchezza, il lapsus, la svista del prof.
Allora lui colpiva, pestifero e con gli occhi ironici che ti dicevano: beccati questa. E faceva la battuta destabilizzante.
Spesso ho pensato; perchè spreca il suo tempo a giocare e a sfidare la scuola?
I professori di area tecnico-scientifica dicevano che era uno intuitivo e sveglio anche se studiava il minimo. Io pensavo innervosita che la letteratura è studio paziente e maturazione di sè; e che l'intuizione non basta.
E correggevo i suoi temi, brevi e senza errori di ortografia, ma tirati via di corsa e svolti per pura necessità.
Ce l'ho il sei, vero? diceva senza nessun pudore.
Come potevamo andare d'accordo?
Ma è successo. Oltre vent’anni dopo.


martedì 1 novembre 2011

Cronache di scuola - La parola ad Andrea

Vertigo by Nadagemini



Siamo dentro a una scuola media superiore vera.
Chi racconta, Andrea, all'epoca dell'episodio era uno studente del quarto anno.
Il suo professore, non ne diciamo il nome, aveva circa 40  più di lui.
Insegnante di lungo corso dunque.

"Una compagna incontrata nei corridoi della scuola mi chiese un favore:
-Puoi chiamare (__) in classe per favore?
Accettai a malincuore, non amo queste cose, ma mi sembrava un po' preoccupata; e siccome non posso immaginare le mille varianti di un rapporto tra amiche dissi di si.
Bussai alla porta e timidamente feci capolino.
La fortuna non era mai stata dalla mia parte fino a quel momento e in quel caso non si smentì.
Dietro quella porta c'era lui, il mio caro professore, caro quanto una mosca per un ragno.
-Buongiorno Professore, scusi se disturbo la sua lezione, potrebbe uscire … (metteteci qualsiasi nome vi venga in mente)?
Neanche mi guardò, mi fece un gesto con la mano,infastidito. Come se stesse scacciando una mosca.
Continuò a spiegare.
Basito guardai la classe che, vittima della sua prepotenza, seguiva.
Sbattei la porta imprecando e apostrofandolo in un modo poco consono al galateo e al senso civico, mi allontanai.
La porta della classe si aprì di botto e da vero Clint Eastwood dei poveri mi chiamò intimandomi di fermarmi.
Lo feci. Ero di spalle e sorridevo. Tornai indietro investito da quell'adrenalina negativa, che non ti fa ragionare.
Lo affrontai a muso duro faccia a faccia e sibilai.

sabato 29 ottobre 2011

Quando una frase taglia e scolpisce una scuola che non funziona

Raccolgo e trascrivo una frase con cui un giovane uomo definisce e pietrifica l'immagine di un suo ex insegnante. Non occorrono altre parole.

“.. nella mia incoscienza di 19enne mi misi faccia a faccia con lui. MI bocciò.....col senno di poi e ragionando da 33enne lo avrei steso molto prima.”

QUALCUNO SAPEVA DELLA SUA STORIA?



Si dicono tante cose sui ragazzi. Troppe. Ma sappiamo davvero cosa passa per la testa di un adolescente? Gli abbiamo mai chiesto come vede gli adulti?
Il brano seguente è stato scritto da un adolescente. Indifferenza, noia, illusione, inerzia, rassegnazione, questo è il mondo dei grandi.


Mattia metteva giù i piedi dal letto sgangherato e si stropicciava i grandi occhi color ghiaccio, cerchiati dal viola della stanchezza. Come al solito era tardi e doveva fare tutto di fretta. La vita ricominciava ogni giorno, dopo una notte passata a sognare cose che non sarebbero mai accadute. Il bagno era la prima porta a destra appena uscito dalla sua camera. Porta si fa per dire. Il bagno non ne aveva una, solo una tenda lo separava dal corridoio. Sua madre l'aveva buttata giù a suon di calci quando Mattia in quel bagno c’era rimasto chiuso. E sempre sua madre aveva promesso che non ne avrebbero ricomprata una nuova finchè quel figlio maldestro non avesse imparato ad aprirla. E adesso che Mattia sapeva farlo, la porta ancora non c'era. Ogni mattina doveva fare i conti con la sua immagine riflessa nello specchio: le piccole braccia scheletriche spiccavano come fanno dei rami spinosi su un tronco rinsecchito. E le gambe, lunghe e magre, sembravano a malapena in grado di sorreggerlo. Avrebbe di gran lunga prefertito evitarsi perché l'analisi di sé gli provocava dolore, e lui di dolore non ne poteva più. Anche l'impatto con l'acqua era sempre traumatico, o perchè troppo fredda, o perchè a casa sua mancava quasi sempre. Non trovava nessuna buona ragione per lavarsi perché anche una cosa così semplice risultava impossibile da realizzarsi. Si bagnava velocemente la faccia, faceva pipì e andava a scuola vestito così come aveva dormito: un paio di jeans e una felpa scura. Vicino alla porta d'ingresso c'era il suo zainetto con un quaderno e qualche matita. La prendeva e sbattendo la porta usciva di casa.

Fuori da lì, il mondo. Una cosa grande, immensa, pericolosa, ma bellissima, che Mattia, però, vedeva sempre allo stesso modo.

mercoledì 26 ottobre 2011

NON POSSO DARLE TORTO


Era lì, col suo grembiulino bianco. Aveva le treccine e mi faceva ciao. Pensai che da quel momento in poi non sarebbe stata più mia.
Avevo affidato mia figlia alla scuola, l’avevo “data” perché mi toccava darla ma l’avevo consegnata a malincuore. Avrei potuto tenerla con me e insegnarle quel poco che sapevo, avrei potuto... Ma ciò in cui credevo era cosa mia e non di mia figlia…
Ero una madre che sapeva bene che due occhi grandi avevano bisogno di vedere e di essere visti. Avevo dato mia figlia alla scuola perché imparasse a leggere, a scrivere e a far di conto insieme ai suoi compagni, l’avevo consegnata a degli estranei con la segreta speranza che ne facessero ciò che era e non un burattino o un cyborg.
Era allegra mia figlia, estro creativo e simpatia, capriole verbali e sorriso solare. Poi iniziarono i mal di pancia e le treccine smisero di ondeggiare e le manine smisero di fare ciao. Mia figlia raccontava con la matita e i colori, un talento innato. Ad un certo punto smise di disegnare. Era arrivato il momento di chiedere. E chiesi a mia figlia di raccontare.

A che serve una laurea?


Parlo a te che affronti, ad occhi aperti, l’esperienza degli studi universitari e ti chiedi: a che serve? Dove sto lanciando il mio futuro?

Una laurea è solo un titolo di studio? E' un pezzo di carta necessario per tentare una vita professionale? E' la dimostrazione di aver affrontato e superato degli esami di un curriculum?
Niente affatto.
Una laurea non è questo.
Specialmente in tempi in cui vale più saper fare la badante o il muratore; specialmente in tempi come questi dove il padrone (chiunque egli sia) ti può dire : "come te e meglio di te ne trovo cento; se non ti sta bene te ne vai"; ma tu sai che non è vero.
Questo è il punto.
Tu sai che non è vero; che gli altri cento o novantanove che il padrone potrebbe trovare non sono affatto come te.
E non solo perchè ogni uomo è se stesso, perchè ogni uomo è unico e irripetibile, perchè ogni persona è una pura sorgente di sentimenti, passioni, convinzioni ed idee proprie e singolari.
Tu sai che non è vero perchè la tua esperienza, le tue umiliazioni e le tue vittorie, i tuoi ostacoli e i tuoi slanci sono soltanto tuoi.
Tu sai che non è vero

domenica 23 ottobre 2011

Uscire dalla scuola, per non vederla "in miscuglio" - di Mariaserena

Miscuglio colorato
È necessario uscire dalla scuola, per vederla meglio?
Certo che sì. Dal dentro il miscuglio colorato delle realtà giovanili o in bianco e nero degli adulti e della dirigenza può attenuare la chiara percezione del reale. 
Allora come osservare? Al microscopio o col cannocchiale? In nessuno dei due modi. Ma da media distanza, basta uscire.  

Vedere chiaramente non significa documentare punto per punto, ma significa riuscire a individuare la stasi e il movimento, il mutare e l’immobile, la dinamica e le sue cause, gli ingranaggi (quando ci sono) e il loro correlarsi.

Vedere la scuola da fuori significa tener conto dei rapporti tra le sue componenti: ed allora appare chiaro che i protagonisti, ossia i ragazzi e i bambini, hanno poca voce e comunque ne hanno meno degli adulti.

Significa anche

sabato 22 ottobre 2011

Essere genitori, essere insegnanti - di Mariaserena

sole che tramonta
Con stupore spesso leggo e ascolto insegnanti che affermano di avere finalmente apprezzato e compreso i loro ragazzi al termine di un percorso pluriennale scolastico. Amo invece quelli che entrano in classe e dal primo giorno li sentono "propri" come propria è la missione di insegnare a qualunque ragazza o ragazzo si trovino di fronte. E dopo un minuto non sono più di fronte, ma in mezzo a loro.
Non vedo esistere scuola senza questa passione, questa luce d'amore intellettuale e non solo. Non vedo scuola senza pensare a una luce solare che tramonta accendendo altri astri, pronta a rinascere e a rinnovarsi per continuare a trasmettere luce.
Ad ognuno il suo ruolo e, certamente, essere padri e madri di parto è una cosa ben diversa, insostituibile e unica che inizia dando la vita amando un altra persona. Da quell’amore si genera il prendesi cura, senza condizioni, dei nostri figli,

Usare bene la propria autonomia, anche in classe - di Mariaserena

La nave di Ulisse


Tutto muta o può mutare, poco o nulla muta senza una evoluzione, un evento, un’azione, una decisione che metta in moto il cambiamento. Ciò che mette in moto una trasformazione dello stato d’origine può essere frutto di un’azione concordata e condivisa da molti oppure da pochi. Nulla si ferma, ma tutti possiamo contribuire a determinare la direzione. Ho ascoltato poche ore fa un giovane ventiseienne mio ex studente: sosteneva che lui e molti suoi amici e contatti si interrelano di frequente sul web e discutono. 
E’ loro convinzione che tutto il sistema in cui viviamo (egoista, classista, ingiusto e potremmo continuare con le definizioni in negativo) cambierà grazie a loro, ai giovani. Gli ho chiesto come e quando accadrà. Mi ha risposto molto tranquillamente che basta attendere che il vecchio potere (e quindi le persone che lo reggono) muoia di morte naturale perché è destinato a finire. Temo che quel giovane si sbagli;  come si può sperare che attendere nell’inerzia, pur consapevole, e rimescolare l’esistente sia utile al nuovo?

La stessa cosa, lo stesso atteggiamento, si può rilevare nel quotidiano dissenso di molti nei confronti di ciò che non funziona.
A questo proposito dobbiamo ammettere che non tutti hanno scelta: oggi il rapporto lavoro è troppo spesso ricattatorio e vessatorio nei confronti della parte più debole.
Ci sono tanti tipi di lavoro e tante categorie di lavoratori. Poche di queste hanno autonomia di azione. Forse pochissime.
Chi insegna sa, tuttavia, che entrare in classe è come

venerdì 21 ottobre 2011

Schola Satura: per ascoltare, parlare, costruire - di Mariaserena

Arcobaleno o ponte verso il sole?
Dubbi si aggirano per il mondo di chi ha a cuore il futuro, in particolare quello dei nostri bambini e adolescenti.
La scuola e gli insegnanti sono ancora necessari? Ed è ancora possibile concepire l’insegnare come si è fatto finora? Con quale stato d’animo le famiglie affidano i loro figli alla scuola?
Da molti anni è evidente, e ne abbiamo spesso parlato, che abbiamo molte altre finestre da cui affacciarci sulla conoscenza, sulla trasmissione del sapere, sulla realtà, sull’informazione. Dubbi ineludibili ci inquietano ogni volta che la scuola ci appare (o forse ci vien presentata come se fosse) inadeguata a rispondere ai bisogni formativi delle nuove generazioni.
Esiste dunque ancora l’insostituibile funzione che giustifichi l’istituzione scuola?
La nostra Costituzione, cita una sola volta la parola scuola affermando, articolo 34, che “La scuola è aperta a tutti”. Semplice ed insieme altissimo concetto, ma  come conciliarlo, solo per fare un esempio, con il diffuso compiacimento, espresso, anche a livello istituzionale, per l’aumento del numero dei bocciati?
Ma  qui poniamo un’altra questione: i docenti rivendicano, nonostante tutto, in questo periodo, il loro ruolo in nome di una specifica e consapevole attività professionale?
Oppure si lascia che agiscano fattori diversi e che concorrono a spegnere la passione, il senso della missione, l’impegno e si consente che, nonostante alcune alterne e sporadiche scosse alla routine, sia depotenziato il senso stesso della didattica, della pedagogia e che la scuola sia adibita a un luogo fisico qualsiasi che racchiude e intrattiene ragazzi già altrove confezionati e destinati ad altrove essere immessi?
Non si è forse già accettato che il processo educativo confluisca in un processo produttivo schematico che i nostri ragazzi sanno già che non potranno cambiare o modificare?
Un ulteriore dubbio si aggira: quali caratteristiche hanno quelle altre finestre da cui affacciarci sulla conoscenza, sulla trasmissione del sapere, sulla realtà ? Sono alte, ariose, limpide, libere e lasciano che lo sguardo spazi e voli lontano tanto da indurre almeno i provetti o coraggiosi o valenti ingegni a immaginare e progettare gli itinerari verso il domani e il comune bene sociale o non sono che noiose finestre sul cortile dalle quali si guarda solo nella speranza che accada qualcosa di losco o marginalmente clamoroso che stuzzichi l’attenzione e distragga momentaneamente lo sguardo dalla rassicurante-rassegnata quotidianità?

E’ comune affermazione, fin troppo facilmente acquisita al comune sentire, che in passato ci siano state, per le nuove generazioni maggiori opportunità. E’ semplice a dirsi, ma non da dimostrare se si tien conto, ed è necessario farlo, di ipotesi e postulati di medio-lungo periodo e non di sensazioni stizzite ed istantanee.
Bene, parliamone.
Ancor più difficile, invece, è interpretare fino in fondo le evidenze della realtà in cui i giovani, e cercare di evitare i numerosi errori ed orrori del passato per iniziare a costruire un pensiero nuovo e diverso che dedichi ai nostri bambini e adolescenti una prassi e una teoria educativa virtuosa, positiva, libera e viva.
Parliamo anche di questo.
L’obbiettivo è infatti cancellare le macerie di quel che resta, ma per costruire un ponte sul domani.