Nati pensanti e per essere liberi di farlo

Nati pensanti e per essere liberi di farlo
Nati pensanti e per essere liberi di pensare

sabato 29 ottobre 2011

Quando una frase taglia e scolpisce una scuola che non funziona

Raccolgo e trascrivo una frase con cui un giovane uomo definisce e pietrifica l'immagine di un suo ex insegnante. Non occorrono altre parole.

“.. nella mia incoscienza di 19enne mi misi faccia a faccia con lui. MI bocciò.....col senno di poi e ragionando da 33enne lo avrei steso molto prima.”

QUALCUNO SAPEVA DELLA SUA STORIA?



Si dicono tante cose sui ragazzi. Troppe. Ma sappiamo davvero cosa passa per la testa di un adolescente? Gli abbiamo mai chiesto come vede gli adulti?
Il brano seguente è stato scritto da un adolescente. Indifferenza, noia, illusione, inerzia, rassegnazione, questo è il mondo dei grandi.


Mattia metteva giù i piedi dal letto sgangherato e si stropicciava i grandi occhi color ghiaccio, cerchiati dal viola della stanchezza. Come al solito era tardi e doveva fare tutto di fretta. La vita ricominciava ogni giorno, dopo una notte passata a sognare cose che non sarebbero mai accadute. Il bagno era la prima porta a destra appena uscito dalla sua camera. Porta si fa per dire. Il bagno non ne aveva una, solo una tenda lo separava dal corridoio. Sua madre l'aveva buttata giù a suon di calci quando Mattia in quel bagno c’era rimasto chiuso. E sempre sua madre aveva promesso che non ne avrebbero ricomprata una nuova finchè quel figlio maldestro non avesse imparato ad aprirla. E adesso che Mattia sapeva farlo, la porta ancora non c'era. Ogni mattina doveva fare i conti con la sua immagine riflessa nello specchio: le piccole braccia scheletriche spiccavano come fanno dei rami spinosi su un tronco rinsecchito. E le gambe, lunghe e magre, sembravano a malapena in grado di sorreggerlo. Avrebbe di gran lunga prefertito evitarsi perché l'analisi di sé gli provocava dolore, e lui di dolore non ne poteva più. Anche l'impatto con l'acqua era sempre traumatico, o perchè troppo fredda, o perchè a casa sua mancava quasi sempre. Non trovava nessuna buona ragione per lavarsi perché anche una cosa così semplice risultava impossibile da realizzarsi. Si bagnava velocemente la faccia, faceva pipì e andava a scuola vestito così come aveva dormito: un paio di jeans e una felpa scura. Vicino alla porta d'ingresso c'era il suo zainetto con un quaderno e qualche matita. La prendeva e sbattendo la porta usciva di casa.

Fuori da lì, il mondo. Una cosa grande, immensa, pericolosa, ma bellissima, che Mattia, però, vedeva sempre allo stesso modo.

mercoledì 26 ottobre 2011

NON POSSO DARLE TORTO


Era lì, col suo grembiulino bianco. Aveva le treccine e mi faceva ciao. Pensai che da quel momento in poi non sarebbe stata più mia.
Avevo affidato mia figlia alla scuola, l’avevo “data” perché mi toccava darla ma l’avevo consegnata a malincuore. Avrei potuto tenerla con me e insegnarle quel poco che sapevo, avrei potuto... Ma ciò in cui credevo era cosa mia e non di mia figlia…
Ero una madre che sapeva bene che due occhi grandi avevano bisogno di vedere e di essere visti. Avevo dato mia figlia alla scuola perché imparasse a leggere, a scrivere e a far di conto insieme ai suoi compagni, l’avevo consegnata a degli estranei con la segreta speranza che ne facessero ciò che era e non un burattino o un cyborg.
Era allegra mia figlia, estro creativo e simpatia, capriole verbali e sorriso solare. Poi iniziarono i mal di pancia e le treccine smisero di ondeggiare e le manine smisero di fare ciao. Mia figlia raccontava con la matita e i colori, un talento innato. Ad un certo punto smise di disegnare. Era arrivato il momento di chiedere. E chiesi a mia figlia di raccontare.

A che serve una laurea?


Parlo a te che affronti, ad occhi aperti, l’esperienza degli studi universitari e ti chiedi: a che serve? Dove sto lanciando il mio futuro?

Una laurea è solo un titolo di studio? E' un pezzo di carta necessario per tentare una vita professionale? E' la dimostrazione di aver affrontato e superato degli esami di un curriculum?
Niente affatto.
Una laurea non è questo.
Specialmente in tempi in cui vale più saper fare la badante o il muratore; specialmente in tempi come questi dove il padrone (chiunque egli sia) ti può dire : "come te e meglio di te ne trovo cento; se non ti sta bene te ne vai"; ma tu sai che non è vero.
Questo è il punto.
Tu sai che non è vero; che gli altri cento o novantanove che il padrone potrebbe trovare non sono affatto come te.
E non solo perchè ogni uomo è se stesso, perchè ogni uomo è unico e irripetibile, perchè ogni persona è una pura sorgente di sentimenti, passioni, convinzioni ed idee proprie e singolari.
Tu sai che non è vero perchè la tua esperienza, le tue umiliazioni e le tue vittorie, i tuoi ostacoli e i tuoi slanci sono soltanto tuoi.
Tu sai che non è vero

domenica 23 ottobre 2011

Uscire dalla scuola, per non vederla "in miscuglio" - di Mariaserena

Miscuglio colorato
È necessario uscire dalla scuola, per vederla meglio?
Certo che sì. Dal dentro il miscuglio colorato delle realtà giovanili o in bianco e nero degli adulti e della dirigenza può attenuare la chiara percezione del reale. 
Allora come osservare? Al microscopio o col cannocchiale? In nessuno dei due modi. Ma da media distanza, basta uscire.  

Vedere chiaramente non significa documentare punto per punto, ma significa riuscire a individuare la stasi e il movimento, il mutare e l’immobile, la dinamica e le sue cause, gli ingranaggi (quando ci sono) e il loro correlarsi.

Vedere la scuola da fuori significa tener conto dei rapporti tra le sue componenti: ed allora appare chiaro che i protagonisti, ossia i ragazzi e i bambini, hanno poca voce e comunque ne hanno meno degli adulti.

Significa anche

sabato 22 ottobre 2011

Essere genitori, essere insegnanti - di Mariaserena

sole che tramonta
Con stupore spesso leggo e ascolto insegnanti che affermano di avere finalmente apprezzato e compreso i loro ragazzi al termine di un percorso pluriennale scolastico. Amo invece quelli che entrano in classe e dal primo giorno li sentono "propri" come propria è la missione di insegnare a qualunque ragazza o ragazzo si trovino di fronte. E dopo un minuto non sono più di fronte, ma in mezzo a loro.
Non vedo esistere scuola senza questa passione, questa luce d'amore intellettuale e non solo. Non vedo scuola senza pensare a una luce solare che tramonta accendendo altri astri, pronta a rinascere e a rinnovarsi per continuare a trasmettere luce.
Ad ognuno il suo ruolo e, certamente, essere padri e madri di parto è una cosa ben diversa, insostituibile e unica che inizia dando la vita amando un altra persona. Da quell’amore si genera il prendesi cura, senza condizioni, dei nostri figli,

Usare bene la propria autonomia, anche in classe - di Mariaserena

La nave di Ulisse


Tutto muta o può mutare, poco o nulla muta senza una evoluzione, un evento, un’azione, una decisione che metta in moto il cambiamento. Ciò che mette in moto una trasformazione dello stato d’origine può essere frutto di un’azione concordata e condivisa da molti oppure da pochi. Nulla si ferma, ma tutti possiamo contribuire a determinare la direzione. Ho ascoltato poche ore fa un giovane ventiseienne mio ex studente: sosteneva che lui e molti suoi amici e contatti si interrelano di frequente sul web e discutono. 
E’ loro convinzione che tutto il sistema in cui viviamo (egoista, classista, ingiusto e potremmo continuare con le definizioni in negativo) cambierà grazie a loro, ai giovani. Gli ho chiesto come e quando accadrà. Mi ha risposto molto tranquillamente che basta attendere che il vecchio potere (e quindi le persone che lo reggono) muoia di morte naturale perché è destinato a finire. Temo che quel giovane si sbagli;  come si può sperare che attendere nell’inerzia, pur consapevole, e rimescolare l’esistente sia utile al nuovo?

La stessa cosa, lo stesso atteggiamento, si può rilevare nel quotidiano dissenso di molti nei confronti di ciò che non funziona.
A questo proposito dobbiamo ammettere che non tutti hanno scelta: oggi il rapporto lavoro è troppo spesso ricattatorio e vessatorio nei confronti della parte più debole.
Ci sono tanti tipi di lavoro e tante categorie di lavoratori. Poche di queste hanno autonomia di azione. Forse pochissime.
Chi insegna sa, tuttavia, che entrare in classe è come

venerdì 21 ottobre 2011

Schola Satura: per ascoltare, parlare, costruire - di Mariaserena

Arcobaleno o ponte verso il sole?
Dubbi si aggirano per il mondo di chi ha a cuore il futuro, in particolare quello dei nostri bambini e adolescenti.
La scuola e gli insegnanti sono ancora necessari? Ed è ancora possibile concepire l’insegnare come si è fatto finora? Con quale stato d’animo le famiglie affidano i loro figli alla scuola?
Da molti anni è evidente, e ne abbiamo spesso parlato, che abbiamo molte altre finestre da cui affacciarci sulla conoscenza, sulla trasmissione del sapere, sulla realtà, sull’informazione. Dubbi ineludibili ci inquietano ogni volta che la scuola ci appare (o forse ci vien presentata come se fosse) inadeguata a rispondere ai bisogni formativi delle nuove generazioni.
Esiste dunque ancora l’insostituibile funzione che giustifichi l’istituzione scuola?
La nostra Costituzione, cita una sola volta la parola scuola affermando, articolo 34, che “La scuola è aperta a tutti”. Semplice ed insieme altissimo concetto, ma  come conciliarlo, solo per fare un esempio, con il diffuso compiacimento, espresso, anche a livello istituzionale, per l’aumento del numero dei bocciati?
Ma  qui poniamo un’altra questione: i docenti rivendicano, nonostante tutto, in questo periodo, il loro ruolo in nome di una specifica e consapevole attività professionale?
Oppure si lascia che agiscano fattori diversi e che concorrono a spegnere la passione, il senso della missione, l’impegno e si consente che, nonostante alcune alterne e sporadiche scosse alla routine, sia depotenziato il senso stesso della didattica, della pedagogia e che la scuola sia adibita a un luogo fisico qualsiasi che racchiude e intrattiene ragazzi già altrove confezionati e destinati ad altrove essere immessi?
Non si è forse già accettato che il processo educativo confluisca in un processo produttivo schematico che i nostri ragazzi sanno già che non potranno cambiare o modificare?
Un ulteriore dubbio si aggira: quali caratteristiche hanno quelle altre finestre da cui affacciarci sulla conoscenza, sulla trasmissione del sapere, sulla realtà ? Sono alte, ariose, limpide, libere e lasciano che lo sguardo spazi e voli lontano tanto da indurre almeno i provetti o coraggiosi o valenti ingegni a immaginare e progettare gli itinerari verso il domani e il comune bene sociale o non sono che noiose finestre sul cortile dalle quali si guarda solo nella speranza che accada qualcosa di losco o marginalmente clamoroso che stuzzichi l’attenzione e distragga momentaneamente lo sguardo dalla rassicurante-rassegnata quotidianità?

E’ comune affermazione, fin troppo facilmente acquisita al comune sentire, che in passato ci siano state, per le nuove generazioni maggiori opportunità. E’ semplice a dirsi, ma non da dimostrare se si tien conto, ed è necessario farlo, di ipotesi e postulati di medio-lungo periodo e non di sensazioni stizzite ed istantanee.
Bene, parliamone.
Ancor più difficile, invece, è interpretare fino in fondo le evidenze della realtà in cui i giovani, e cercare di evitare i numerosi errori ed orrori del passato per iniziare a costruire un pensiero nuovo e diverso che dedichi ai nostri bambini e adolescenti una prassi e una teoria educativa virtuosa, positiva, libera e viva.
Parliamo anche di questo.
L’obbiettivo è infatti cancellare le macerie di quel che resta, ma per costruire un ponte sul domani.