Nati pensanti e per essere liberi di farlo

Nati pensanti e per essere liberi di farlo
Nati pensanti e per essere liberi di pensare

mercoledì 26 ottobre 2011

NON POSSO DARLE TORTO


Era lì, col suo grembiulino bianco. Aveva le treccine e mi faceva ciao. Pensai che da quel momento in poi non sarebbe stata più mia.
Avevo affidato mia figlia alla scuola, l’avevo “data” perché mi toccava darla ma l’avevo consegnata a malincuore. Avrei potuto tenerla con me e insegnarle quel poco che sapevo, avrei potuto... Ma ciò in cui credevo era cosa mia e non di mia figlia…
Ero una madre che sapeva bene che due occhi grandi avevano bisogno di vedere e di essere visti. Avevo dato mia figlia alla scuola perché imparasse a leggere, a scrivere e a far di conto insieme ai suoi compagni, l’avevo consegnata a degli estranei con la segreta speranza che ne facessero ciò che era e non un burattino o un cyborg.
Era allegra mia figlia, estro creativo e simpatia, capriole verbali e sorriso solare. Poi iniziarono i mal di pancia e le treccine smisero di ondeggiare e le manine smisero di fare ciao. Mia figlia raccontava con la matita e i colori, un talento innato. Ad un certo punto smise di disegnare. Era arrivato il momento di chiedere. E chiesi a mia figlia di raccontare.

Per lei parlarono i muscoli contratti, le lacrime e il silenzio. Era arrivato il momento di parlare e parlai. E la scuola inghiottì anche me come aveva già fatto con lei, il suo grembiulino bianco, le sue treccine e la sua manina. Mi accolsero muri di gomma e complici cattedre con ossequiosi estranei. Molte parole, poca verità. Ero madre ma ero anche insegnante e certi “altarini” li conoscevo bene. No, nessun problema, potevo stare tranquilla… E mi sforzai di non cedere alle ragioni del cuore. E mi sforzai di non credere a ciò che vedevo sui quaderni e sui libri. E mi sforzai di leggere le cose da madre e non da insegnante, e mi sforzai di non intralciare i lavori in corso…Perché non volevo credere all’incompetenza, non volevo credere alla superficialità, alla cattiveria, al bullismo di quei grandi… estranei a cui avevo affidato mia figlia.
E soprattutto non volevo credere perché ero un’insegnante … che credeva negli insegnanti…
Era lì, al mare, con le treccine un po’ più lunghe e dall’acqua mi faceva ciao. E col sorriso le ritornarono la voglia e la forza di raccontare. E raccontòdi come era stata trattata, di come, chiusa nel suo silenzio dopo un’aggressione verbale da parte degli estranei a cui era stata da “me” affidata, era stata mandata fuori in castigo perché non aveva pianto e non si era pentita, di come i muri di gomma e le cattedre complici avevano commentato ironicamente una mia risposta ad una nota sul diario, di come le era stato detto che aveva bisogno dell’insegnante di sostegno. Erano accuse dure, circostanziate, precise, che non ammettevano dubbi. Eppure mai una parola da parte di quei complici estranei sulla presunta inabilità di mia figlia, nessun segnale di pericolo, nessun giudizio che mi mettesse in guardia…Tutto si era consumato in classe, là dove si poteva vincere facile, là dove i muri erano di gomma e tutte le palle scagliate contro le treccine bionde tornavano a chi reggeva il gioco. Un muro di gomma fatto di ipocrisia e di contentini dati sul documento di valutazione per coprire il male fatto dalle palle scagliate contro la testa di chi non sa difendersi.
Ho fatto ciò che dovevo fare.
Il tempo è passato. Mia figlia è una ragazza normalissima a cui non piace la scuola. Come darle torto. Se lo facessi, finirei per giustificare dei comportamenti che reputo ancora oggi lesivi della dignità di adulti e bambini. No, come madre, non posso darle torto.







1 commento:

  1. Bellissima narrazione, spero se ne aggiungano altre. I nostri figli "normali" nonostante la scuola. Un macigno di cui tener conto.

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