Nati pensanti e per essere liberi di farlo

Nati pensanti e per essere liberi di farlo
Nati pensanti e per essere liberi di pensare

sabato 29 ottobre 2011

QUALCUNO SAPEVA DELLA SUA STORIA?



Si dicono tante cose sui ragazzi. Troppe. Ma sappiamo davvero cosa passa per la testa di un adolescente? Gli abbiamo mai chiesto come vede gli adulti?
Il brano seguente è stato scritto da un adolescente. Indifferenza, noia, illusione, inerzia, rassegnazione, questo è il mondo dei grandi.


Mattia metteva giù i piedi dal letto sgangherato e si stropicciava i grandi occhi color ghiaccio, cerchiati dal viola della stanchezza. Come al solito era tardi e doveva fare tutto di fretta. La vita ricominciava ogni giorno, dopo una notte passata a sognare cose che non sarebbero mai accadute. Il bagno era la prima porta a destra appena uscito dalla sua camera. Porta si fa per dire. Il bagno non ne aveva una, solo una tenda lo separava dal corridoio. Sua madre l'aveva buttata giù a suon di calci quando Mattia in quel bagno c’era rimasto chiuso. E sempre sua madre aveva promesso che non ne avrebbero ricomprata una nuova finchè quel figlio maldestro non avesse imparato ad aprirla. E adesso che Mattia sapeva farlo, la porta ancora non c'era. Ogni mattina doveva fare i conti con la sua immagine riflessa nello specchio: le piccole braccia scheletriche spiccavano come fanno dei rami spinosi su un tronco rinsecchito. E le gambe, lunghe e magre, sembravano a malapena in grado di sorreggerlo. Avrebbe di gran lunga prefertito evitarsi perché l'analisi di sé gli provocava dolore, e lui di dolore non ne poteva più. Anche l'impatto con l'acqua era sempre traumatico, o perchè troppo fredda, o perchè a casa sua mancava quasi sempre. Non trovava nessuna buona ragione per lavarsi perché anche una cosa così semplice risultava impossibile da realizzarsi. Si bagnava velocemente la faccia, faceva pipì e andava a scuola vestito così come aveva dormito: un paio di jeans e una felpa scura. Vicino alla porta d'ingresso c'era il suo zainetto con un quaderno e qualche matita. La prendeva e sbattendo la porta usciva di casa.

Fuori da lì, il mondo. Una cosa grande, immensa, pericolosa, ma bellissima, che Mattia, però, vedeva sempre allo stesso modo.
Le persone, che per la strada procedevano come automi nelle macchine o a piedi, erano grigie, annoiate, illuse dalle troppe aspettative che avevano riposto in quella loro vita. E mentre alla radio, ascoltavano la cronaca e le notizie politiche, annuivano con indifferenza, come se tutto fosse diventato normale. Tutto ormai era scontato, anche le giornate che venivano l'una dietro l'altra, senza nessuna possibilità che il tempo concedesse un'altra chance per evitare che la vita fosse sottoposta alle precise leggi della spaventosa inerzia. Ogni uomo sapeva bene cosa fare, dove andare, con chi parlare, e se parlare. Non poteva essere diversamente, tutto funzionava così, come la gravità che ci impone di rimanere per terra. Tra tutte le persone che in quel preciso istante stavano funzionando come previsto dal copione della vita, Mattia era l'unico che sulla soglia della porta di casa sua, nonostante fosse in ritardo, si abbandonava a certe riflessioni. Vedeva grandi uomini ingiacchettati camminare con il giornale sotto il braccio e una valigetta di pelle marrone nell'altra mano, tutti uguali, uno dopo l'altro. Si chiedeva se forse non esistesse una grossa scatola dalla quale provenivano, proprio come quella che sua nonna gli aveva regalato quando era piccolo e in cui aveva trovato, tutti in fila e belli ordinati, una ventina di soldatini di piombo. Vedeva donne accompagnare i propri bambini a scuola, e vedeva bambini che cercavano costantemente di attirare l'attenzione di quelle donne con qualche fantasioso discorso. E le donne, stanche e scocciate, strattonavano i bambini come si fa con i cavalli quando li prendi per le briglie perché continuino a camminare. E alla delusione che si leggeva sui volti dei piccoli si contrapponeva l’evidente rassegnazione dei grandi. Persino i cani sembravano infelici. I loro padroni uscivano di casa col pigiama e le pantofole, perchè non prevedevano alcuna passeggiata per loro, anzi, speravano di tornarsene presto a letto. Si stropicciavano la barba incolta e guardavano sonnecchianti l'orologio.


I rumori, gli odori, sempre gli stessi ogni giorno. La puzza dello smog, l'aria fredda della mattina, la luce ancora fioca emanata da un timido sole nascosto dietro le grigie nuvole, il brusìo delle auto, lo sciamare della gente. Mattia attraversava il viale del cortiletto di prato spelacchiato di casa sua e si avviava verso la scuola con il mal di pancia, tipico di chi è costretto a fare una cosa che non vuole. La strada non era tanta, bastava camminare sempre dritto e dopo una cinquantina di metri girare a sinistra. Raggiungere la scuola era la cosa più facile capitatagli in 13 anni di vita. Con le mani nelle tasche della felpa e lo zainetto scucito in spalla, divideva il marciapiede con tanta altra gente che lo guardava come se fosse un barbone. Abbassava la testa e volgeva lo sguardo alle sue scarpe, sporche e rotte. Tanto la strada la sapeva e non gli serviva guardare dove andava. Non sopportava gli sguardi di quelle persone, si chiedeva a cosa pensassero mentre guardavano uno ridotto in quel modo. Qualcuno sapeva della sua storia? Qualcuno immaginava a cosa fosse stato costretto? Nessuno poteva, ma sentiva come se tutti gli stessero leggendo la vita dentro, e per questo alzava il passo e spedito si dirigeva verso la scuola, cozzando con la gente che gli passava di fianco. Arrivava davanti all'entrata come se avesse fatto una maratona, sudato e ansimante, e a quel punto tutte le mattine incontrava il custode, Giovanni, che si fumava il suo sigaro seduto sui gradini di entrata. -Sei in ritardo anche oggi- gli diceva. Mattia annuiva e velocemente lo superava per dirigersi verso la sua sezione.

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