Il bidello mi corre incontro. Ha il baffo trafelato e l’occhio compassionevole di chi annuncia l’ ennesimo cahier se doléance. –Prof, c’è la mamma di F.T. che vuole parlare urgentemente con lei- Con fare protettivo mi propone un eventuale depistamento – Le dico che non può riceverla?- Sarei tentata di soddisfare il suo istinto paterno ma la mamma di F.T. non può attendere.-Arrivo subito- gli rispondo. E così il baffo trafelato perde improvvisamente di tono e il sopracciglio lo segue a ruota inabissandosi sulla palpebra.
Si allontana un po’più curvo del solito, ormai rassegnato ad assistere ad un’altra storia da tribunale in cui l’accusatore è anche giudice. E il giudizio spesso si tiene in pubblica piazza, davanti agli occhi di tutti, perché in televisione si fa così. Un processo che diventa spettacolo.
Ma io so che non farò processi e non ne riceverò. E mentre saluto la mamma da lontano, penso che la scuola è fatta di alunni, di docenti e di genitori trasparenti gli uni agli altri. Ci sono tutti gli ingredienti per confezionare una buona torta ma ciò che si tira dal forno è spesso e volentieri solo una grossa bolla d’aria, un sufflè destinato a perdere di tono come il baffetto del paterno bidello.
Stringersi la mano è stringere un patto, un patto di alleanza. Io e la mamma di F.T. organizziamo un incontro rivolto a tutti i genitori della seconda. Un incontro informale, di quelli che non prevedono il finanziamento pon o pof, un incontro libero per decidere insieme il curricolo formativo e le modalità di partecipazione di ciascun genitore alle attività di classe. Un percorso comune e condiviso davvero.
Un incontro libero dettato non dalle logiche del pon e del pof ma dal bisogno di conservare la cultura continuando a creare culture. E i genitori sono culture. E le culture hanno difficoltà a trovare spazi che permettano una partecipazione attiva. È per questo che le culture vanno ospitate ed aiutate a costituire una rete che possa dare un grande contributo al cambiamento.
Questo la scuola lo può ancora fare. E nessun dirigente scolastico si opporrà all’idea di conservare la cultura creando le culture, soprattutto se la cosa si fa gratuitamente. E non la si fa gratuitamente perché si è fessi. La gratuità è il “prezzo” che si paga volentieri per poter essere liberi.
E’necessario ricominciare a parlare, coinvolgere, includere se si vuole contribuire al cambiamento. E tale cambiamento inizia proprio lì dove operiamo. Nel concreto.
Parlare, dialogare e soprattutto ascoltare. Andare verso l'altro, verso noi stessi con la volontà di com-prendere e di dare.
RispondiEliminaSiamo animali sociali, perché perdere questa dimensione per interpretate ostinatamente un ruolo? E poi, mi verrebbe anche da aggiungere, cos'è un ruolo se non lo sfrondare tanti rami per tenercene solo uno, e magari stecchito? Nella scuola non facciamoci soffocare. Costruiamo. Bellissimo post Fermina: anima e sangue nelle tue parole.