Così disse il padre dalle dita nodose. Mi strinse la mano e sparì per sempre. Da quel momento il figlio non era più affar suo. E non tornò mai a reclamare per un brutto voto o per qualche vera o presunta ingiustizia patita dal sangue del suo sangue. Perché fino a quando sei nella scuola, appartieni alla scuola, e la scuola è importante come il parroco, il sindaco, la levatrice e il maresciallo dei carabinieri. E non tornò mai a reclamare nemmeno per una bocciatura, perché una malannata può capitare, perché bisogna avere pazienza con i terreni sterili, perché il buon contadino sa attendere, perché il buon contadino conosce gli imprevisti del mestiere.
Era un contadino e suo figlio gli apparteneva, era suo e della terra che lo attendeva. E solo quando fu il momento, il buon contadino venne a reclamare ciò che era suo e della sua terra. E il figlio sparì per sempre tra le zolle.
È giusto così. Questo disse il patriarca mentre si toglieva il cappello.
A chi appartenevano i ragazzi quando erano nella scuola? Ai genitori? Agli insegnanti? Alla scuola stessa? Il vecchio patriarca “sapeva le cose della terra” e non “le cose alte” e solo le cose della terra poteva e voleva insegnare a suo figlio. Alla scuola toccava prendersi cura delle cose alte, di quelle che ti consentono di mettere una firma, di leggere un contratto, di fare una dichiarazione, di capire un imbroglio, le cose alte su cui non puoi lavorare con la zappa.
Era così che la vedeva il patriarca che conosceva meglio di me, insegnante di ventiquattro anni, il mondo. Ed era uno che aveva rispetto per i maestri e per la scuola, per i contadini e per i campi. A ciascuno il suo, mi disse, chè a piantar cicorie tu non saresti capace, né a dire quando si raccolgono i finocchi.
Queste le parole del patriarca contadino che, guardando i libri, mi raccontava che a casa sua di tempo per leggere non ce n’era.
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